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I tassi possono ancora costituire un valore rifugio ?

20/11/2018

Da alcuni decenni, nei periodi di stress del mercato, gli investitori sono abituati a gestire le loro allocazioni in azioni e obbligazioni come due asset ampiamente anticorrelati. Ci chiediamo ora se questo fenomeno di "flight to quality" possa ancora funzionare nei mercati attuali, sapendo che nei prossimi mesi inizierà la fase di ridimensionamento dei bilanci aggregati delle banche centrali.

I tassi possono ancora costituire un valore rifugio ?

Ottobre è stato un mese particolarmente difficile per i mercati degli asset rischiosi e in particolare per le azioni. Allo stesso tempo, i rendimenti obbligazionari cosiddetti senza rischi sono rimasti praticamente invariati, reagendo molto poco ai segni di avversione al rischio. In effetti, dal 3 al 31 ottobre, l’indice S&P 500 è calato di - 7,31% mentre il tasso US a 10 anni passava dal 3,18% al 3,14%. Stesso fenomeno nella zona Euro fra il 2 ottobre e il 1° novembre, con un calo dell’Eurostoxx 50 di -5,45%, mentre il decennale tedesco passava da 0,42% a 0,40%. 

Questo comportamento segna una rottura con le fasi di correzione degli ultimi anni, come era già avvenuto nel febbraio di quest’anno. L’inizio del 2016 era stato caratterizzato da un forte calo dei tassi, così come il mese di agosto 2015, senza parlare del periodo 2011-2012. Tale nuovo comportamento è destinato secondo noi a continuare, fin quando la congiuntura macroeconomica non mostrerà segni di cambiamento profondi. Un’ipotesi che per ora ci sembra improbabile, soprattutto per i motivi seguenti: 

  • Dopo una fase di espansione senza precedenti dei loro bilanci, le principali banche centrali (Fed, BCE, BOJ, BOE) stanno entrando in una fase di consolidamento. La Fed ha già avviato la riduzione del suo bilancio (50 Mld$/mese), la BCE dovrebbe interrompere il suo QE entro la fine dell’anno e anche la BOJ è in fase di riduzione degli acquisti dall’inizio dell’anno.   
  • L’inflazione, da molti anni caratterizzata da un andamento deludente, mostra segni di ripresa. Le tensioni salariali cominciano in particolare a diventare evidenti in alcuni paesi (Stati Uniti, Germania, Regno Unito): un esito logico alla luce dell’attuale dinamica dell’occupazione. Questo orientamento dovrebbe quindi confermarsi nei prossimi mesi.   
  • Da molti trimestri, la "forward guidance" delle banche centrali mira ad essere sempre più precisa, al fine di ridurre l’incertezza per i vari player finanziari. Il rovescio della medaglia è che le banche centrali possono difficilmente tornare su quanto annunciato. Ad esempio, la Banca Centrale Europea ha confermato l’interruzione del QE a fine d’anno e un primo rialzo dei tassi in settembre/ottobre 2019. Tale comunicazione potrebbe essere modificata solo nel caso in cui le traiettorie di crescita e dell’inflazione venissero seriamente rimesse in discussione. Tale ancoraggio dai tassi a breve si riflette logicamente sui tassi lunghi, impedendo a questi ultimi di rivestire il consueto ruolo di valore rifugio. 

I tassi “core” dovrebbero quindi continuare a crescere, proseguendo la loro normalizzazione anche in caso di turbolenze sui mercati azionari, a meno di un violento rivolgimento congiunturale che tuttavia, ancora una volta, ci sembra più che improbabile. 

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