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Petrolio : Prospettive e conseguenze ?

29/05/2018

All’inizio dell’anno, il consensus sembrava abbastanza univoco, con un prezzo del barile che avrebbe dovuto oscillare, secondo la maggior parte delle banche d’investimento, in una forbice piuttosto stretta, compresa tra $50 e $65. Queste previsioni erano basate sulle considerazioni seguenti:

- da un lato, l’Arabia Saudita sembrava decisa a continuare a far leva su una riduzione della produzione, per sostenere il prezzo in vista dell’introduzione in borsa del titolo Aramco, prevista tra 12-18 mesi.

- dall’altro, ogni aumento significativo del prezzo del barile avrebbe condotto ad un aumento dell’offerta di shale oil statunitense, con una conseguente limitazione del potenziale di apprezzamento del greggio.

Ciononostante, il prezzo del barile ha continuato ad aumentare fin dall’inizio dell’anno, con un incremento del 20% e un Brent che supera ormai i $77, attestandosi a un livello ben superiore alle previsioni. Uno scenario che, secondo noi, ha diverse spiegazioni. In primo luogo, vanno sottolineate le revisioni al rialzo della crescita economica globale dall’inizio dell’anno, la cui prima conseguenza è stata una crescita delle previsioni della domanda di petrolio. Va inoltre ricordato che lo shale oil in provenienza dagli Stati Uniti è un petrolio leggero e a bassa densità, che può compensare solo parzialmente il calo dell’offerta di petrolio in provenienza dall’OPEC; il greggio di scisto comporta infatti costi di raffinazione più alti, richiede maggiori investimenti e offre una resa inferiore rispetta a varietà più pesanti. Infine, alcuni eventi specifici hanno avuto un impatto su alcuni paesi produttori, come il Venezuela o l’Angola, limitando ulteriormente l’offerta.

Ora ci chiediamo se questi fattori sono destinati a scomparire a breve termine. Saremmo piuttosto inclini a dire di no e a pensare che il prezzo del barile non dovrebbe subire ribassi significativi, almeno per qualche mese. Ma quali sono le conseguenze dei prezzi elevati del greggio? La prima è evidente, con un’inflazione attesa in aumento nei prossimi mesi, a supporto delle nostre previsioni positive sui “break-even” d’inflazione. L’inflazione statunitense potrebbe così attestarsi al 3% nel luglio di quest’anno, per la prima volta dal 2011. Un’ulteriore conseguenza, meno immediata, sarà un impatto negativo sulla crescita mondiale, con un effetto inverso rispetto a quello registrato dopo il forte calo dei prezzi, dal 2014 al 2016. Come già detto, questa ipotesi è meno immediata e non dovrebbe concretizzarsi prima del 2019.

Troviamo d’altronde rassicurante la stabilizzazione degli indicatori macroeconomici, che conferma il nostro scenario di una crescita mondiale vicina al 4%. Tuttavia, dopo il rialzo significativo dei mercati delle ultime 6 settimane, abbiamo deciso di ridurre la nostra esposizione alle azioni. Allo stesso tempo, conserviamo un prospettiva al rialzo sui tassi europei e una visione positiva sui “break-even” d’inflazione.

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